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L'auto-invenzione. Storia di una ragazza a cui è riuscita bene

 

Quando ho iniziato a leggere questo libro mi sono chiesta: auto-inventarsi è un modo per legittimare il qualunquismo?

 

A pagina 213, ho capito che questo è libro con un messaggio chiaro e preciso, che consegna la stessa autrice Tara Westover, in molte interviste rilasciate: <<ad un certo punto, ho preso la decisione di educare me stessa>>

 

L'autrice scopre l’educazione come possibilità di emancipazione, di vivere una vita diversa, di diventare una persona diversa. Una rivelazione. Il racconto di una lotta per l’auto-invenzione. Un racconto anche sul dispiacere che viene nel recidere i legami più stretti. Una narrazione universale, che arriva al punto su ciò che l’educazione ha da offrire: la prospettiva di vedere la propria vita con occhi nuovi e la volontà di cambiarla.

 

L'educazione Tara Westover

Feltrinelli

 

Trama

 

Tara, la sorella e il fratello, sono nati in una famiglia di mormoni anarco-survivalisti delle montagne dell’Idaho. Non sono stati registrati all’anagrafe, non sono mai andati a scuola, non hanno mai visto un dottore. Sono cresciuti senza libri, senza sapere cosa succede all’esterno o cosa sia successo in passato. Fin da piccolissimi hanno aiutato i genitori nei loro lavori: d’estate, stufare le erbe per la madre ostetrica e guaritrice; d’inverno, lavorare nella discarica del padre, per recuperare metalli. Fino a diciassette anni Tara non ha idea di cosa sia l’Olocausto o l’attacco alle Torri gemelle. Con la sua famiglia, si prepara alla prossima fine del mondo, accumulando lattine di pesche sciroppate e dormendo con il sacco d’emergenza sempre a portata di mano. Il clima in casa è spesso pesante. Il padre è un uomo dostoevskiano, carismatico quanto folle e incosciente, fino a diventare pericoloso. Il fratello è chiaramente disturbato e diventa violento con le sorelle. La madre cerca di aiutarla ma rimane fedele alle sue credenze e alla sottomissione femminile prescritta. Poi Tara scopre l’istruzione, come strumento per scappare da un percorso di vita che non sente suo e difendersi da ciò che le sue origini, hanno già deciso per lei.

 

Riflessione

 

Prima gli italiani

 

Una storia complessa, che intreccia flussi importanti, contemporanei, uno forse più di tutti: le origini. Siamo educati alle origini e al senso di appartenenza come verità assoluta?

 

Scrivo questo pezzo, mentre in Italia, si discute di immigrazione e si mette in discussione il dovere di accoglienza verso lo sconosciuto.

“Prima gli italiani” è uno slogan complesso, rimanda immediatamente al pensiero “Hai messo piede su ciò che mi appartiene, anche se neppure io so dove mi trovo e di cosa ho bisogno.”

 

Educazione [e-du-ca-zió-ne] s.f. : è l'attività, influenzata nei diversi periodi storici dalle varie culture, volta allo sviluppo e alla formazione di conoscenze e facoltà mentali, sociali e comportamentali in un individuo.

 

Siamo quindi educati alle origini e alla tradizione?

 

Rivendicare identità ben precise, valori e luoghi, come se li avessimo scelti, consapevolmente. Invece li abbiamo solo ereditati. Siamo stati educati a "quel poco che sembra tutto": alle radici, alla terra, al mattone, ad un colore, ad una religione, ad un flusso.

 

<<A volte la religione, la tradizione, è un modo per schermarsi e non farsi domande profonde su noi stessi.>> racconta la Westover, originaria dell'Idaho dove è nata nel 1986 e vissuta fino a 17 anni, in una bolla. Non aveva idea di cosa fosse l'Olocausto o l'attacco alle Torri Gemelle, riuscire come autodidatta a iscriversi all'Università e a laurearsi, non è stato facile. Allontanarsi dalla sua famiglia che, nonostante le violenze amava, è stato lacerante.

 

La tradizione

 

Essere scolpiti da una tradizione, che ci è stata data da altri, come unica verità assoluta. La Westover scrive “Mi ero resa conto che avevamo prestato le nostri voci a un discorso il cui unico scopo era quello di abbrutire gli altri – perché era più facile alimentare quel discorso, perché conservare il potere sembra sempre la strada migliore. (…) Non avrei più accettato di essere un soldato in una guerra che non capivo.”

 

Emanciparsi, una storia di negazione

 

<<Ho fatto i conti con pezzi brutti della mia vita, mentre, con quelli belli, devo ancora farli>>

 

Tara è stata per anni vittima della follia di suo fratello Shawn, un uomo violento che amava umiliare le donne e che si divertiva a trascinarla per i capelli e infilarle la testa nel water dicendole che era una troia. Il fatto che i suoi genitori abbiano sempre negato queste violenze ha determinato la rottura definitiva con la famiglia.

 

Questi avvenimenti hanno dato vita ad ulteriori attraversamenti in campi minati.

 

La lotta per laurearsi, non è stata combattuta solo sui libri, ma anche e soprattutto sulla legittimazione al “merito anche io questo?”. Arrivare a Cambridge è stato anche un lungo percorso sul “saper chiedere aiuto e poi accogliere l'aiuto offerto” Mai scontato, spesso il nocciolo del problema.

 

<<È molto più facile pensare che i problemi dipendono da te: ti fa sentire potente. >>

 

Durante una lezione universitaria Tara sente parlare per la prima volta di Isaiah Berlin e dei suoi due concetti sulla libertà. Libertà negativa e libertà positiva.

 

La Westover, scopre quindi l'auto-costrizione. Nel concetto di libertà positiva, un individuo può ritenersi davvero libero, solo quando indipendente dalle proprie costrizioni interne.

 

Cosi che Tara, inizia a riflettere sul fatto che la sua educazione ed emancipazione, non sono una conseguenza automatica alla felicità. L'auto-invenzione di sé è un percorso doloroso. Che richiede verità, lutto e abbandono.

 

“Emancipate yourselves from mental slavery” è una frase di una canzone, che la protagonista annota spesso tra le sue memorie nel romanzo.

 

Tara Westover scrive nel suo libro “ Cominciai a dipendere sempre più dal giudizio degli altri. Mettevo sempre tutto in discussione, farlo mi permetteva di mettere in dubbio tutto ciò che accadeva o fosse accaduto nella mia vita. Forse ciò che ricordavo non era mai successo.”

In un'intervista una giornalista chiede alla Westover, cosa provasse nel ripensare alla sua famiglia: <<Ho lasciato andare la mia rabbia. Non mi serve più: se la mia famiglia fosse ancora parte della mia vita ne avrei bisogno per ricordarmi il male – durante tutto il tempo in cui mio fratello mi maltrattava io negavo a me stessa quello che succedeva – e per proteggermi. Ma, visto che non li vedo più, posso permettermi di ricordare il buono che c’è stato nella mia vita. Sapendo però che ho accesso anche ai ricordi brutti, nel caso ne avessi bisogno».

 

Il distacco. Legittimare il senso di colpa

 

“La giustificazione non può cancellare il senso di colpa. Nessuna rabbia, nessun rancore verso gli altri può soffocarlo, perché il senso di colpa non riguarda mai gli altri. Il senso di colpa è paura della propria mediocrità. Non ha niente a che fare con le altre persone. Mi sono liberata del senso di colpa quando ho accettato la mia decisione per quello che era, senza alimentare vecchi rancori (…) Ho imparato ad accettare la mia decisione per me stessa, per il mio bene (…)”

 

Il distacco verso il senso di appartenenza alle radici ereditate è tradimento? Slealtà?

 

Questo libro - estremo certo nella sua narrazione- impone comunque una riflessione in tal senso importante: L'educazione alla presa di coscienza verso sé.

 

L'educazione alla cultura, crea nuovi riferimenti. Traccia mappe, svela nuove geografie interne.

 

L'auto-invenzione può funzionare solo se sinonimo di trasformazione, metamorfosi. Di accoglienza verso il diverso. L'educazione ci aiuta a comprendere che accoglienza non vuol dire accettare a tutti i costi, vuol dire vedere, non negare, avere il coraggio di mettere in discussione il proprio io per poterlo rivendicare con coscienza poi. Qualunque esso sia.

 

 

 

 

Tara Westover è nata in Idaho nel 1986. Dopo una laurea alla Brigham Young University, ha vinto una borsa di studio a Cambridge, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia.

L'educazione è la sua prima opera.

 

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